La prima affermazione farà scuotere la testa a molti: ho avuto e ho un sacco di nickname.
Spiegare il perchè è facile: non sono un netgamer, difficilmente mi sono cimentato in qualche disciplina online, se non per fraggare un po’ di amici: per me quella tra pc e console non è neanche una guerra, o almeno scelgo di non combatterla buttandomi a capofitto sulle seconde (odio le installazioni, i problemi tecnici e tutti i casini che solo un pc sa regalare agli incompetenti come me).
Fino alle console di ultima generazione non avevo quindi un motivo valido per farmi un’identità digitale “seria”.
Se però dovessi citare solo uno dei miei “nomi”, sarebbe Fucktotum, giusto giusto quello che uso in questa sede (sull’Xbox Live ho TerroristCactus, la cui genealogia è abbastanza curiosa ma poco avvincente per essere raccontata: non c’è nè sesso nè violenza).
Gran parte della mia giovane (mooolto relativamente) esistenza l’ho passata coi nostri amati videogiochi, molto spesso in compagnia del nostro prode Simone, conosciuto in uno dei peggiori bar di Caracas quando eravamo poco più che infanti.
Il primo gioco che mi ha fatto “prelevare” (notare le virgolette) soldi dal portafoglio di mio padre è stato il coin op di Rastan Saga, l’ultimo è stato GTA IV (scherzetto, questo è falso).
L’amarezza più grande il nostro hobby me l’ha data con Dragon’s Lair: troppo piccolo per essere capace, guardavo rapito il più stupefacente esempio di dove saremmo arrivati grazie alla tecnologia applicata allo sterminio di goblin e orchetti. In mezzo c’è un epopea di titoli più o meno validi, preferibilmente su console Nintendo (anche se “grazie” al Wii ammetto che alcune certezze vacillino).
No, non sono razzista, è solo che i fatti della vita mi hanno portato attualmente su altri lidi, come l’Xbox360 o il fermaporte di Kyoto: poi si sa che le guerre di religione hanno sempre il loro fascino al giorno d’oggi.
Ogni epoca del videogioco su cui rifletto mi porta in mente vagonate di ricordi, legati principalmente ai periodi che affrontavo: per dirne una salvifico fu Diablo, che mi fece concentrare unicamente sul massacrare innocenti demoni pixellosi invece che su colpevoli demoniette in corna e ossa.
Questo per dire che è difficile scindere il binomio videogames/vissuto per me: contrariamente ai tanto decantati stereotipi di questi tempi non credo di essere pericoloso. Tranne quando perdo a Mario Kart!
Credo di incarnare un “genere” di videogiocatore molto diffuso, troppo spesso silenzioso: quello che gioca e vuole giocare per divertimento, per raggiungere un punteggione o per scoprire tutti i segreti in un titolo particolarmente avvincente, che si diverte a cercare legami con altri mezzi di intrattenimento, in barba a chi ci vede come pazzi e ai fantapsicologi (per cui sono un mostro: videogiocatore e amante dell’heavy metal=serial killer satanista).
Qualcosa di mio l’avete già letta, qualcos’altro arriverà: in pratica siete condannati, abbiate pazienza e vedrete che andremo sicuramente d’accordo, almeno fino al nostro primo incontro su Xbox Live…poi non garantisco!
Soundtrack: Righeira, No tengo dinero (notare la batteria nel video: i videogiochi sono dappertutto!!!)
Grazie a StudioUnto, che citerò da adesso in poi per tutte le sue splendide segnalazioni, anche oggi vi faccio ridere!
Con un video, come al solito, tra l’altro abbastanza recente. La cosa fenomenale è che questo NON è il solito video di Super Mario Bros creato utilizzando After Effect o qualche altra “diavoleria” di montaggio. Questo è un gioco vero!
Alcuni ragazzi si sono messi insieme e hanno unito la moda “Chuck Norris” che circola su internet insieme alla sempreverde bellezza del platform Nintendo. Questo è il risultato! Mentre un primo video dell’opera circola già dal 2006 (quello forse era un fake), questo è invece un trailer del gioco di circa sei mesi fa a cui non è allegato, purtroppo, nessun link per provare l’opera. Ma il sito ufficiale però è stato scoperto recentemente da Ripten, così che tutti noi possiamo divertirci con Chuck e i mattoncini.
Certo avremmo gradito funghetti di ogni tipo da donare al nostro protagonista… ma per ora accontentiamoci e divertiamoci!
Ho giocato la demo di Too Human su Xbox 360. Mi aspetto molto dal nuovo gioco di Silicon Knights, gli stessi di Eternal Darkness di cui Fucktotum ha parlato recentemente. Eppure ho trovato la demo deludente, cavolo, e lo dico con rammarico.
Il gioco è fondamentalmente pronto, uscirà il 19 Agosto, quindi tra due settimane eppure l’ho visto scarno, con poca verve. Ovviamente è un’idea che probabilmente verrà spazzata via dall’uscita del gioco: ho fiducia totale nei programmatori canadesi e soprattutto non ho potuto certo constatare da una demo la profondità della trama, da cui sicuramente non verremo delusi.
Certo però che questo tentativo di riprodurre un simil Diablo su console non mi sembra poi così interessante, almeno dalla demo. Lo schema di gioco in fondo è proprio quello: orde di mostri da trucidare con la spada (stick analogico destro) o con le armi, collezionare gli oggetti speciali che escono dai loro cadaveri e prepararsi alla prossima ondata con il migliore dei surf. Forse sono passati i troppi anni da Diablo 2, e quindi il genere non mi attira più, o forse il problema è proprio che in versione dimostrativa, un gioco di questo tipo non può certo mostrarsi con tutti i suoi assi nella manica. E’ basato sulla quantità di armi, magie, scenari ecc: dare mezzo livello non può essere indicativo del prodotto finale.
La presenza di una sola classe nella versione dimostrativa, inoltre, non fa che diminuirne l’appeal. Ammetto che un’esperimento simile su console è sicuramente un bel vedere: tra la massa di action game e sparatutto c’era proprio bisogno di qualcosa di diverso. Tra l’altro essendo un’esclusiva Xbox360, dove a forza di FPS ci hanno fatto venire la nausea, è ancora di più una piacevola sorpresa. Dall’estasi provocatami dai trailer, però, siamo giunti ad un picco negativo di attesa: mancano due settiman all’uscita e non soffro della mia classica sindrome “lo voglio, lo voglio, lo voglio”.
Ciò che mi chiedo quindi è… c’era bisogno di una demo per un gioco che fa della profondità la sua carta vincente? Siamo sicuri che non è addirittura controproducente, come è stato nel mio caso? In pochi minuti non si può mettere una bella trama e decine di armi diverse e mostri diversi ecc. Ringrazio personalmente Microsoft e Silicon Knights, comunque, per averci fatto provare il loro gioco in anteprima, ma siamo sicuri che ci abbiano guadagnato?
Personalmente comprerò sicuramente il titolo perchè sono sicuro che manterrà le promesse, ma non nego che il mio hype sia diminuito.
Nel video la modalità cooperativa di Too Human che, sicuramente, aggiungerà moltissimo al gioco: nella demo non c’era! 
http://youtube.com/watch?v=K_ARvhT6Gzc
Davvero interesssante questo articolo di Edge.
Partendo dall’assunto per cui il mercato dei videogiochi stia dando il meglio di sè in questi anni, spaventando tutte le altri grandi industrie tradizionali (da Hollywood al mercato dell’home video), perchè in grado di batterle sul campo delle vendite e dell’attenzione dei media, prosegue poi con la considerazione che questa crescita sia esponenziale e spietata nella sua espansione: addirittura Chris Charla parla di “un’esplosione più veloce di anno in anno” piuttosto che di una crescita.
Ma questo aumento sarebbe all’ origine di uno dei grandi errori dell’industria, quello di creare una mescolanza di temi concettualmente pericolosa, fissandosi sul concetto omnicomprensivo di “casual“.
Un problema di semantica dunque, ma che coinvolge in modo molto diretto gli sviluppatori, “costretti” a scegliere una definizione non propriamente corretta tutte quelle volte in cui si mettano al lavoro su un prodotto pensato per essere rivolto a una audience molto ampia.
Pensandoci bene, l’unico caso in cui si può davvero usare questo termine è quello in cui ci si trovi di fronte a una persona che giochi molto tempo, ma non interessata alla profondità o alle possibilità offerte da un titolo: che si metta quindi in gioco soltanto con l’idea di passare del tempo senza pensare a nulla di particolare, in “modalità relax“.
Nulla di male in questo, ma partendo da questa concezione si è allargata di molto l’idea di ciò che sia veramente “casual”, arrivando a comprendere titoli ben più complessi di un semplice puzzle game disponibile sul web, come ad esempio Rock Band.
Ebbene, come Charla osserva giustamente, “niente che costi 150 $ e richieda una console da altre 300 $ può essere considerata una prodotto casual“, e analogamente cita anche Wii Fit: secondo lui il termine migliore sarebbe di “prodotti per il mercato di massa“, cioè titoli di una grande profondità, che richiedano un impegno (economico e in termini ludici) più che consistente, ma senza un target definito (fa l’esempio della nonnina che si prende una pausa da Bejeweled o del ragazzo che interrompe un massacro in Resistance per farsi una schitarrata rilassante).
Ma in ogni caso quale è il vero problema? Il problema è che la parola “casual” non ha un grosso impatto sui giocatori, i media e quant’altri, ma ne ha un bel po’ sugli sviluppatori: nei meeting precedenti all’avvio dei lavori, se spuntasse fuori che il titolo è pensato per un pubblico casual ecco che la profondità svanirebbe, soppiantata da minigame e da semplificazioni banalotte.
Altro sarebbe se venisse chiaramente indicato come target quello di un pubblico quanto più ampio possibile (quello che nell’articolo di Edge è citato come “mass market”): un buon esempio in questo senso è rappresentato da Smash Bros Brawl, che può essere giocato da chiunque con mezzo minuto di esercizio, ma allo stesso modo tra contenuti sbloccabili, trofei, livelli bonus può essere impegantivo e duraturo anche per il più fanatico hardcore gamer.
Definire un prodotto come dedicato a un mercato di massa non ne mina (neanche concettualmente) nè il livello di dettaglio, nè quello di impegno necessario a divertirsi: quale titolo migliore di Street Fighter 2 in questo senso? Tutti lo hanno giocato e lo conoscono, anche chi prima della sua uscita non era un videogiocatore: è un gioco che ha tutto, dall’immeditezza e profondità, dall’appeal alla complessità. Ma se si fosse partiti nel progetto pensandolo per casual gamers cosa avremmo avuto?
Se quindi è inevitabile che si mercato si espanda verso nuovi lidi, è necessario che gli sviluppatori non cadano nell’errore (sematico ma di evidente attinenza pratica) di svilire le loro idee pensando di dedicarle a un pubblico limitato: sarebbe difficile tornare indietro e riconquistare il nocciolo duro perso per strada.
Nel video potete ammirare il Wii, la macchina che più d’ogni altra è entrata delle case dei non avvezzi al videogioco, spalancando davvero a chiunque questo mondo! E chi la sta usando in questo video…? Beh, qualcuno che è proprio vestito casual 
Sono pronto, sono puro: ho finito Metal Gear Solid 4: Guns of The Patriots. Ne posso parlare con cognizione di causa gridando al mondo cosa ne penso.
Se avessi cominciato a scrivere questo post due settimane fa, sicuramente i toni non sarebbero gli stessi: c’era più di una punta del mio scetticismo, “di serie”, verso un’opera videoludica che si affida ad un elemento passivo come i filmati per raggiungere il suo obiettivo: emozionare. Rimango ancora fortemente critico delle qualità esclusivamente ludiche di Metal Gear Solid 4: non percepisco tanta innovazione, non credo di vederci un genio del game design inteso come costruzione di meccaniche nuove.
Eppure l’ultima avventura di Solid Snake è un videogioco incredibile, che trascende spesso e volentieri i limiti stessi imposti dal mezzo grazie alla sua poesia e alla capacità di trattare temi adulti. Una killer application: un motivo più che sufficiente per acquistare Playstation 3.
Certo, bisogna partire preparati, ovviamente. Bisogna sapere che delle quaranta ore di gioco almeno 20 (se non di più) saranno dedicati a filmati di qualità assolutamente indiscutibile. In precedenza un simile peso dato a questi due aspetti in un’opera videoludica mi avrebbe fatto esclamare: “e no, se voglio vedere un film non accendo la console!!!“. L’epicità di Metal Gear Solid 4 mi ha fatto ricredere. In fondo è solo una questione di gusti. Non criticherò mai nessuno che, come me in precedenza, vuole stroncare un titolo del genere perchè si affida troppo ai filmati, escamotage abbastanza facile per portare avanti una trama. Però questi filmati, signori, dovete vederli. E non solo quelli.
Innanzitutto perchè Metal Gear Solid 4 ha sicuramente qualcosa da dire a livello filmico, cinematografico. Riesce ad emozionare con una poetica dolce e amara allo stesso tempo. Le metafore proposte e i vari livelli di lettura, garantiscono qualità alla produzione a più livelli: va bene per un adolscente ed è ancora più bello per un adulto. Inoltre sempre a livello cinematografico, Kojima, che ha supervisionato ogni dettaglio del gioco ed ha scritto di suo pugno tutta la storia, ha dimostrato un coraggio mai visto e un’intelligenza rara. Non mi viene in mente un blockbuster del cinema moderno che proponga una figura femminile erigersi a leader per le sue capacità e la sua intelligenza senza far vedere almeno mezza tetta. Se vogliamo puntualizzare, a mio avviso le figure realmente chiave di tutta l’opera, quelle da cui più dipendono i destini della trama e quindi del mondo, sono proprio delle donne. Questo ribalta il solito concetto del corpo femminile nei videogiochi, sempre visto come bambolona prorompente o come principessa stupida da salvare, e propone un modello di donna “cazzuta” e carismatica. Un comandante, di cui fidarsi ciecamente! Non è poco per un prodotto che è arrivato in milioni di case. Ma c’è dell’altro: tutta l’epica dei filmati di Metal Gear Solid 4 affronta il tema del videogioco senza vergogna. Kojima è cosciente che non si devono rinnegare le proprie origini e non ha avuto paura di sembrare assurdo, fino ai limiti dei pixel. Anche quando succedono cose non realistiche, sono narrate con una coerenza spaventosa.
L’altro aspetto che mi piace sottolineare in Metal Gear Solid 4, non sono le tonnellate di armi, situazioni, le ambientazioni oppure le spettacolari sequenze “on rails”. Ciò che mi ha davvero fatto sobbalzare il cuore fino alla gola, è il personaggio principale. Il protagonista dei protagonisti. L’eroe leggendario di una saga leggendaria. Solid Snake è un eroe diverso, un eroe i cui pixel sono caduti a terra, mostrando un vero corpo di sangue e carne. Snake è una pedina, in mano al suo padrone, ma a volte è lui a scuotere attraverso il joypad il giocatore, toccando i nervi più nascosti e le emozioni più belle.
Snake mi ha fatto piangere, ridere, sobbalzare, ricordare, tornare bambino, pensare. Snake è stato al mio fianco, per quaranta ore e non avrei mai voluto abbandonare al suo destino di eroe di pixel, costretto ad ubbidire. E questa è una cosa rara, rarissima. Anzi, non mi era mai successa. E anche da questo punto di vista Kojima è furbo e sa di rivolgersi ad un pubblico di appasionati, quindi gioca delle carte che solo un videogiocatore può capire e metabolizzare, sentendosi appagato che una tale opera d’arte si rivolga alla sua specifica esperienza in maniera diretta.
Bene, io mi sento appagato, questo è chiaramente l’aspetto più importante. E dietro a tutto questo c’è anche Metal Gear Online (anche se la stessa Konami si è scusata dei continui problemi sui suoi server) e una delle più belle produzioni di sempre. Graficamente eccellente, musicalmente superlativo, senza un bug o un qualcosa fuori posto per quanto riguarda la programmazione.
Se c’è là fuori qualcuno che ancora doveva decidere cosa comprarsi, ora la Playstation 3 ha finalmente un coniglio nel cilindro.
Anzi, un serpente.
Lo zoccolo duro di fan di questo blog è fatto di netgamers. Io lo so, non vi preoccupate, e nonostante non parli spesso di ciò che succede nel mondo del netgaming italiano e mondiale in questi lidi, rimango comunque l’alfiere del multiplayer: sempre pronto a battermi per ottenere più spazio in manifestazioni, convegni, fiere, trasmissioni, video.
Battersi per il netgaming è la mia missione. L’ho sempre fatto e continuerò a farlo, perchè la passione non morirà mai, sono convinto. Nonostante questo ho dei periodi di single player molto intensi (come quello odierno) e ovviamente vi riporto i miei pensieri come mi vengono. Anche e soprattutto perchè questo blog è la mia valvola di sfogo, per certi versi, e siccome di netgaming parlo spesso nelle riviste per cui scrivo (Giochi per il mio Computer e Game Pro), qui mi piace scrivere ciò che penso dei videogiochi tout court. Ma non dimenticherò mai da dove vengo, non dimenticherò mai che ci sono migliaia di netgamer italiani intrappolati in una nicchia che pochi vogliono aiutare ad ampliare. Io sono uno di quei pochi e quindi, eccomi qui, oggi parlo di netgaming.
Lo faccio proponendovi un reperto “storico” o quasi, per cui devo ringraziare Fragbite, un non meglio precisato sito di una non meglio precisata nazione (credo la Svezia). C’era infatti qualcuno di questo portale a maneggare la telecamera che ha ripreso la mia più bella telecronaca di tutti i tempi.
World Cyber Games, edizione 2006, Monza. Olimpiadi dei videogiochi! Mi ero qualificato per Dawn of War come primo italiano (non è stato difficile, visto che al torneo di eliminazione ci siamo presentati in tre!); dovevo avere un posto in nazionale ma vi rinunciai. Potevo dimostare al mondo che ancora valevo qualcosa come player (nel 2005 sono stato primo della ladder mondiale di Dawn of War, anche se per un breve periodo di tempo), ma piuttosto che coprirmi di ridicolo (non valgo più nulla come player ad alti livelli da molto tempo… e probabilmente non sono mai stato un granchè) ho preferito prendere al volo una chance che non si sarebbe ripetuta. Essere la voce ufficiale italiana di quei World Cyber Games, insieme ad un pool di telecronisti proposti da me e da NGI. Nobsyde, Marauder e Yoyo.
Durante tutto il torneo io sono sempre stato scelto per commentare le partite sul “main stage”, il palco più grande. Grazie alla mia conoscenza di Starcraft, Warcraft III e Counter-Strike ho potuto imprimere nelle orecchie di tutti i presenti le mie emozioni, mentre sul mio schermino scorrevano partite divenute poi storiche come IloveoOv vs JulyZerg oppure Gostop vs Sky. Ma la partita più bella che ho visto è stata la finale di Counter-Strike tra NiP e Team Pentagram. Svezia contro Polonia.
I polacchi venivano dalle winner bracket, serviva un’impresa svedese per portarsi a casa il torneo: vincere due mappe di seguito. La prima i NiP se la sono portata a casa davvero, la seconda invece ha incoronato campioni i Pentagram, tra l’entusiasmo del pubblico presente: davvero tanto.
Dalla mia postazione, situata alla sinistra del palco, non mi interessava sapere quanti tra il pubblico capissero quanto stavo blaterando al microfono. Molti erano partecipanti al torneo, provenienti da 70 nazioni differenti, ma c’erano anche molti italiani: padri con figli, netgamers o semplici curiosi. Non mi interessava, dicevo, capire se mi comprendessero: ma la loro presenza lì, in massa, ha fatto scattare una molla che mi ha totalmente prosciugato la voce. Sentivo la partecipazione, i sospiri, gli applausi di centinaia di persone; qualcosa che forse non ritroverò più. Anzi, non ritroveremo più, perchè gran parte del merito per la “mia più bella telecronaca” è ovviamente di Nobsyde, l’uomo del “fagottino marrone” nonchè il mio compagno di merende, ai microfoni di Counter Strike di tutta Italia. L’intesa che c’era tra noi, rafforzata da una settimana particolare per entrambi, è letteralmente esplosa in questa telecronaca così come abbiamo letteralmente stupito i nostri colleghi americani e coreani, prodighi di complimenti per le nostre urla.
Questo video è un riassunto, a pezzi, di ciò che successe all’autodromo di Monza durante quella partita. Un documento che un pò mi rattrista, perchè forse non ci sarà mai più una partita di un videogioco con tutto quel pubblico sul suolo italiano. Anche se la recente Pro Lan fa ben sperare e Lucca Comics and Games dello scorso anno ha dimostrato che c’è tanta curiosità intorno agli Sport Elettronici.
Ma oltre a rattristarmi mi rende davvero fiero di me stesso: durante l’ace di Walle (minuto 6:15) avrò perso almeno un polmone. Segno che l’emozione era davvero autentica, per noi, nel vedere una sfida ad un “giochino”.
Mi correggo, scusate.
Sennò la frase de titolo è banalotta. E siccome io credo che se uno deve fare una cosa allora è meglio farla bene, allora la rendo il manifesto della banalità: tutte le manie possono far male. Per intendersi: “Il troppo, stroppia“.
Il video in questione (scovato da Fucktotum) ne è una dimostrazione concreta. Notare con quanta cura questo ragazzino abbia preparato tutte le armi di Halo e sappia mimare gesti e ricariche di Master Chief. Ora, al di là delle risate che si possano fare alle sue spalle, è giusto aprire una parentesi.
Questo blog parla di videogiochi e invoglia al videogiocare. Continuerà a farlo, ci mancherebbe; credo fermamente, nonostante io sia arrivato a trent’anni, che i videogiochi siano uno degli “intrattenimenti” migliori per l’11% della popolazione mondiale che se li può permettere (cioè i popoli dei paesi ricchi). Eppure, chiaramente, i videogiochi non devono essere l’unico modo di passare il tempo di tutti noi (me compreso!).
C’è sicuramente dell’altro e c’è dell’altro di alta qualità: cinema, libri, fumetti, qualche serie TV. Fermarsi al videogioco e consumare solo materiale interattivo è sicuramente da stupidi, senza contare che c’è anche dell’altro oltre all’enterteinment in generale. Esiste anche la possibilità di non divertirsi affatto ma di aiutare gli altri, oppure il dolce far nulla.
Insomma fatevi una passeggiata al parco, organizzatevi una giornata di volontariato, oppure una gita al mare. Si può provare a spegnere la console o il PC, ogni tanto. Giuro io l’ho provato e non si muore, anche se tutti i nerd di internet vi hanno detto il contrario!
Eviterete di ritrovarvi a lavorare a maglia la bandana di Marcus Phoenix oppure a sparare ai piccioni per strada contando 200, 199, 198… 
Eccoci giunti all’ultimo gigante dell’industria dell’intrattenimento elettronico, quel leone sempre pericoloso, ma ora mezzo addormentato. Sony, divisione Computer Entertainment, i geni che hanno trasformato un passatempo per alcuni in un costume di massa grazie a Playstation, uno e due.
La tre sta andando male, dicono i numeri. Eppure è più bella, più silenziosa e più potente, della console Microsoft, sua diretta antagonista. Ha un fantastico lettore blu ray e la potenza del “Full HD“, un sistema molto aperto con cui si può fare di tutto (c’è un browser con cui io spesso guardo i commenti sul blog) e un nome che non fa sconti. This is living, signori; eppure perchè le vendite arrancano?
Perchè la conferenza Sony dell’E3 è stata la più deludente in termini di titoli presentati? Sony pensa davvero che basti un trailerino di God of War 3, in cui peraltro non si vede neanche un secondo di gioco, e un’ennesima anteprima di Killzone 2 (mostrato un anno fa all’E3 2007… ma comunque davvero impressionante)? No, assolutamente non bastano i titoli per i blogger di mezzo mondo e le novità presentate, comunque, non fanno gridare al miracolo. Arriva addirittura tardissimo rispetto alla concorrenza l’annuncio delle vendite di film online su Playtstation Network. Insomma niente di veramente succoso.
Eppure signori, il leone ha ancora voglia di correre dietro alla gazzella. Un tempo era il re della foresta, ora deve combattere contro altre forze per il predominio territoriale; il metodo però c’è e Sony lo sa bene. Questa console war sarà la più lunga e si può ancora vincere!
Come? Innanzitutto la comunicazione del colosso nipponico è sicuramente la migliore (anche se tutti e tre i brand hanno fatto passi da gigante nell’ultimo periodo). Il video che state vedendo testimonia in pieno quanto asserito: i dati di vendita sono stati forniti tramite un livello giocabile di Little Big Planet, un titolo per cui la console meriterebbe l’acquisto, visto che potrebbe sconvolgere il sangue del mondo dei videogiochi iniettando un po’ di sano User Generated Content (come farà Spore, su PC).
In seconda battuta, Microsoft si è letteralamente “fregata” (non è una cosa negativa, ma anzi una cosa positiva della casa di Redmond che ora ha convinto chiunque ad investire su Xbox) un sacco di esclusive Playstation a suon di milioni di dollari, ma i brand che rimangono sulla stazione da gioco, quanto sono potenti? Non sono forse addirittura il manifesto del videogioco moderno? Quando finalmente uscirà Gran Turismo 5 cosa succederà? L’impatto di God of War 3 sarà devastante per le altre console, come i colpi di Kratos? Il prossimo Wipeout richiamerà al centro commerciale milioni di fan?
Metal Gear Solid 4 ha dimostrato proprio questo: un’incremento di vendite spaventoso. Chi non aveva ancora scelto, probabilmente appena ha sentito “Solid Snake” ha acquistato Playstation. Purtroppo è difficile far pendere verso Fable 2 milioni di ex acquirenti di PS2, nonostante il titolo Lionhead mi sia sembrato davvero unico. Ed ecco il bandolo della matassa: Sony non è solo PS3! Sony è PS2 e anche PSP. La prima in alcune parti del mondo vende ancora molto di più di Xbox360 (scusate se è poco). Faccio notare che i giochi per Wii continuano ad uscire anche su PS2, quindi non dite che non escono più giochi.
La seconda è in crescita costante ed ha un appeal clamoroso.
E allora chi è che sta vincendo? Quale è il nome che nel 2008 bisogna dare alla propria “console” per parlare con i “non giocatori” (maledetti!!! Eh giocate ragazzi, su!!!!!). Bisogna ancora chiedere al proprio padre: “Papà, papà, a natale voglio giocare al Nintendo“, come negli anni 80/90? Oppure i giovani d’oggi giocano “alla plaistescion” e identificano questo termine con console?
Io dico questo: grazie ai dati di vendita globali, mi sembra che abbiano vinto tutti! Publisher inclusi
E voi che ne pensate? Il mazziere ha servito le carte. Signori: fate il vostro gioco.
Qua trovate tutta la conferenza sempre scirtta in tramite live blogging.
Questo trailer è veramente bellissimo e per me ha comunque significato tanto: ormai, e lo dico spesso, i videogiochi non ce li vendono più con le recensioni ma con l’hype, fomentato da piccole perle come questa. E’ stupido, lo so, valutare un gioco dal suo trailer: potenzialmente su qualunque opera videoludica si può costruire un grandissimo montaggio, basta essere bravi. Eppure ormai, soprattutto i filmati costruiti con immagini di gioco come questo, fanno davvero grande presa sulla mia psiche e mi convincono ad acquistare dei prodotti.
Ovviamente non è sempre così, ci mancherebbe, ci sono tantissimi altri fattori: il tipo di gioco, la serie, chi l’ha programmato, le informazioni ecc. Però è innegabile che ho comprato quest’anno molti titoli senza leggerne alcuna recensione, ma magari solo leggendo le opinioni in rete o in qualche blog.
Alone In The Dark è uno di questi e per certi versi è una grossa delusione. Il titolo è stato pesantemente penalizzato da recensioni a dir poco ingiuriose, che sicuramente non si meritava, uscite in concomitanza con la data di rilascio del prodotto. Ovviamente pochi autori di quegli articoli avranno giocato il titolo di Atari fino a finirlo, ma non hanno esitato a criticarlo, tanto che gli stessi produttori francesi hanno intentato diverse cause. Sicuramente in questo gioco ci sono più difetti che pregi; questa osservazione, da sola, però non permette di stroncarlo totalmente perchè rimange comunque un videogioco molto ambizioso. Con dei limiti, sicuramente, ma comunque un tentativo apprezzabile di provare ad uscire dagli schemi.
Ciò che più colpisce nel gioco, aspetto che tra l’altro è stato maggiormente pubblicizzato, è l’utilizzo dinamico e davvero convincente dal punto di vista della fisica del fuoco. Tutto ciò che è fatto di legno si può bruciare; le fiamme seguono un andamento realistico e bruciano il materiale fino a renderlo cenere. Appiccando il fuoco si può provare a risolvere enigmi e soprattutto a bruciare i mostri, unico modo per debellarli. La genialità sta nel lasciare abbastanza libera l’interpretazione di queste due mansioni: distruggere le radici del male oppure abbattere una porta, potrà essere svolto in molti modi diversi, magari portando fino a lì in qualche modo il fuoco. Al resto penseranno le fiamme.
Ma il fuoco non basta, probabilmetne, a fare di Alone In The Dark un capolavoro. C’è dell’altro, comunque: c’è un’ambientazione a dir poco fantastica. L’idea di rendere Central Park il teatro di un horror apocalittico è assolutamente azzeccata e l’inizio del gioco mette i brividi, non di paura ma di emozione, per come si dipana la storia. Peccato che andando avanti si perda molto del fascino a causa di un’intreccio davvero poco incisivo. Rimangono delle scene molto cinematografiche che è un piacere giocare, per certi versi davvero inedite.
Il tutto è sporcato da numerosi bug e soprattutto da un contorno non all’altezza. La fisica del fuoco è ottima, quella del mondo al contrario si comporta davvero male, così come fastidiosissimo è il sistema di controllo e quello di accesso all’inventario. Questo chiaramente è un rammarico, soprattutto per un fan della serie come me. Il primo Alone In The Dark, targato Infogrames (poi diventata Atari), è stato comunque uno dei videogiochi che più mi sconvolse: ricordo ancora le notte passate con una manciata di pallottole a risolvere quesiti basati sull’intuito, mentre scoprivo la trama costuita a partire dalle visioni di Lovecraft.
Certo che comunque, in questo ultimo capitolo, lottare contro il diavolo usando il fuoco, quindi “Fight fire with fire“, è un’esperienza che merita di essere giocata.
Senza parole!
[grazie a Gnappy per la segnalazione]